Slide background

Creatività ed attività per tutta la vita: l’esempio di Giovanni Battista Morgagni

AUTORI

Prof.ssa Valentina Gazzaniga*

valentina.gazzaniga@uniroma1.it

A. Porro°

SEDE

*Dipartimento di Medicina Sperimentale. Sezione di Storia della Medicina. Università di Roma La Sapienza

°Dipartimento di Specialità Chirurgiche, Scienze Radiologiche e Medico Forensi. Sezione di Scienze Umane e Medico Forensi. Università degli Studi di Brescia.

PAROLE CHIAVE

invecchiamento di successo creatività stile di vita attivo

RIASSUNTO

La storia della medicina ci propone molti casi di attività creativa protrattasi fin in tarda età. Uno degli esempi più rilevanti è quello rappresentato da Giovanni Battista Morgagni (1682-1771). Di solito si considera, correttamente, la pubblicazione del “De sedibus et causis morborum per anatomen indagatis”, avvenuta nel 1761, quale summa (l’autore era quasi ottantenne) di una vita e pietra angolare dell’anatomia patologica, modernamente intesa.
Tuttavia il ruolo del forlivese nella genesi della clinica moderna (e della medicina sociale), solo recentemente ed a fatica si sta imponendo fra gli studiosi in tutta la sua importanza. Come interpretare e valutare la sua longevità così proficua? Si trattò di un progetto scientifico e pedagogico che durò tutta la vita, una conferma che ars longa, vita brevis. Una visione clinica a tutto campo, come delineata dai consulti e dalle perizie medico legali, lo mise a contatto con l’umanità sofferente (così simile all’esperienza clinica di Bernardino Ramazzini): un antidoto, diremmo oggi, alla superspecializzazione ed all’isolamento scientifico. Un esame critico delle novità messe a disposizione dei ricercatori ci dimostra quanto libero da pregiudizi fosse il suo pensiero. Infine, non ultima per importanza, si deve rilevare una rete di contatti, testimoniata da coloro che lo visitavano, anche in tarda età. Possiamo dunque ritrovare, nell’ergobiografia morgagnana, molte delle caratteristiche che rendono la vecchiaia sana e creativa.

scarica PDF

”Un programma per tutta la vita”

Non solo per chi si occupi di storia della medicina, ma anche per chi la medicina eserciti quotidiamente, è frequente imbattersi nella figura e nell’opera di Giovanni Battista Morgagni (1682-1771), vuoi per riminiscenze di studi, legati all’anatomia patologica, vuoi perché taluni aspetti del magistero morgagnano rappresentano modelli, verso i quali ancor oggi possiamo volger gli occhi, utilmente, giacché se ne seguono i dettami.
Anche una rapida compulsazione della letteratura scientifica sull’illustre forlivese, oltre a dimostrare, con la vastità sua stessa, la complessità e la profondità d’analisi del medico, ci porta, inevitabilmente, al centro della questione relativa alla nascita della clinica moderna, al centro della questione relativa alla moderna formazione in campo medico, nonché ad un centro nel quale queste questioni trovavano sintesi attuativa e modelli efficaci: l’Università di Padova. Lo scandaglio storiografico ha cercato e cerca di renderci immagini nuove ed originali, in relazione all’ergobiografia morgagnana, che appare utile delineare, anche se in estrema sintesi.1Gazzaniga V., De Angelis E., Giovan Battista Morgagni. Perizie medico-legali, Roma, Carocci, 2000. Non solo fondatore della patologia d’organo, ma protagonista della clinica moderna: alla sua ergobiografia potrebbero attagliarsi quei concetti, che seguendo l’esempio storiografico di Michel Foucault (1926-1984) comunemente si applicano alla determinazione della clinica (e non della protoclinica, come dallo stesso Foucault si potrebbe evincere). Si vuole qui considerare la messa in discussione (nel senso di un’anticipazione) della nascita della clinica moderna, non solo come espressa da Keel 2Keel O., L’avènement de la médecine clinique moderne en Europe 1750-1815. Politiques, institutions et savoirs, Montréal, Les Presses de l’Université de Montréal, 2001. La nascita della clinica moderna in Europa. 1750-1815. Politiche, istituzioni e dottrine, Firenze, Edizioni Polistampa, 2007. e portata alla metà del XVIII secolo, ma in un’ulteriore retrodatazione ai primi decenni del secolo, proprio in ragione ed in virtù della salita morgagnana della cattedra nell’Università di Padova, nel 1712.
Si tratta di un’integrazione clinica della patologia, che rende conto di un’attività del medico non divisa fra corsia ospedaliera e sala anatomica, ma condotta in corsia ospedaliera e sala anatomica, senza escludere quella che noi, con termine moderno, definiremmo attività di ricerca. Queste idee sono chiaramente espresse da Morgagni all’atto della salita alla cattedra patavina. 3Morgagni G. B., Nova institutionum medicarum idea medicum perfectissimum adumbrans, Patavii, apud Josephum Coronam sub signo Coronae, 1712. Del resto, l’ateneo patavino, al tempo, aveva potuto giovarsi dell’attività e dell’esempio di Bernardino Ramazzini (1633-1714): considerato il padre della medicina del lavoro 4Ramazzini B., De morbis artificum diatriba, Mutinae, Typis Antonii Capponi, Impressoris Episcopalis, 1700 (edizione ampliata poi a Padova nel 1713). , egli inserisce la disciplina pienamente nell’ambito clinico (come Morgagni per l’anatomia patologica).
Potrebbe sembrare singolare, in una trattazione dedicata alla delineazione dei tratti di una vecchiaia creativa, l’intrattenersi su un’opera redatta da Morgagni in relativa giovane età (e forse ad ancor maggiore ragione, ove si consideri l’occasione e l’uditorio del 1712, composto dai giovani studenti). Se invece la consideriamo (come in effetti appare) un manifesto programmatico, non solo di un impegno didattico, ma di tutta una vita, come i fatti dimostreranno, allora essa diventa un punto di partenza ineludibile per osservare e trattare della vecchiaia. Quale tipo di medico si proponeva di formare il trentenne neo-professore dell’Università di Padova? Un medico eloquentia excultus, in dialecticis eruditus, in mathematicis, & philosophia exercitatus, juris divini, atque humani non inscius, rei anatomicae, reique herbariae, omnisque materiae medicae scientissimus, universae demum medendi rationis peritissimus. Abbiamo così delineato l’obiettivo, il traguardo da raggiungere. Si tratta di un arduo impegno, che necessita di un’applicazione personale intensa. Lo si raggiunge legendo, audiendo, observando, colloquendo, cogitando, scribendo, imitando, & quod unum tandem plurimum potest, medendo. Tuttavia, l’impegno personale non basta, se non viene indirizzato da un’applicazione pratica basata su esercitazioni costanti sul malato, e soprattutto sull’epicrisi condotta al tavolo settorio, deinde negabimus, ullius morbi naturam, & causas sine respondentibus cadaverum dissectionibus, curationem vero sine curationibus, preceptisque peculiaribus esse proponenda.
In questa frase ritroviamo preannunciata le metodologia che sarà alla base del suo capolavoro, quel De sedibus et causis morborum per anatomen indagatis (Venetiis, Remondini, 1761), che vedrà la luce cinquantuno anni dopo, quando Morgagni era un uomo ottentenne! Allora noi possiamo iniziare a considerare quel cinquantennio di attività scientifica ed assistenziale, come un mezzo secolo di fedeltà a questo impegnativo programma, applicato da Morgagni anche a se stesso: legendo, audiendo, observando, colloquendo, cogitando, scribendo, imitando, & quod unum tandem plurimum potest, medendo, per poter essere eloquentia excultus, in dialecticis eruditus, in mathematicis, & philosophia exercitatus, juris divini, atque humani non inscius, rei anatomicae, reique herbariae, omnisque materiae medicae scientissimus, universae demum medendi rationis peritissimus. In una parola, per poter essere un vero medico.

Trova allora la sua giusta collocazione, in un’età per l’epoca avanzatissima, ma anche oggi caratterizzata spesso da fragilità e problemi (siamo intorno agli ottant’anni), la summa di tutta un’esistenza, quella monumentale raccolta di casi anatomo-clinici, che rappresenta il fondamento dell’anatomia patologica e della patologia d’organo. Solo la conferma epicritica al tavolo autoptico, con la dimostrazione della lesione locale, poteva rendere conto del fatto clinico (la malattia osservata e descritta in vita). Si trattava di un grande passo in avanti, rispetto alle teorie classiche, che sarebbe stato completato solo quando anche nel vivente si sarebbero potute dimostrare le lesioni d’organo. Noi possiamo oggi, e correttamente, sottolineare la grande potenzialità delle idee e della prassi morgagnane, anche se il problema, all’epoca, era che da questa poderosa costruzione sembravano non venire miglioramenti all’attività medica quotidiana in misura correlabile con il valore teorico e metodologico del pensiero morgagnano.

”Vecchiaia, studio, pubblicazioni, pratica anatomica”

Una vecchiaia sana, dalla sua stessa testimonianza, garantita da una vita regolare, in cui poco si è concesso agli eccessi del cibo o della vita sregolata : “…tuttavia alieno essendo dai disordini, ed osservando le stesse ore sí del cibo, sí del riposo, si conservò in tal sanità che poté resistere alle assidue fatiche dei suoi studi. Non ebbe in tutta la vita…che una sola acuta malattia…” 5Autobiografia, a. 1757, par. 48, c. 61v-62r. .
Non è il solo, Morgagni, a dire bene del suo stato fisico e mentale in vecchiaia (a cui si è dedicato durante l’intero arco della sua vita con attenzione quotidiana alla qualità del cibo ed alla corretta dieta 6Si veda la lettera sul Discorso del Planco Sul Vitto pitagorico (Venezia, 1752), datata 30 marzo 1753. ) ma gli allievi, gli amici ed i – numerosi – nemici sono i principali testimoni di una vecchiaia attiva e creativa, in grado di attrarre ancora un grandissimo numero di studenti che convergono in aula ad ascoltare le sue lezioni: “Il Signor Morgagni – ci dice Covolo nel 1768 dell’ottantaseienne anatomista – si è portato da vero Morgagni, ed ebbe anche per tal causa un maggior concorso degl’altri anni, e qui ora non si parla che di questa sua brillantissima, e nervosa Notomia fatta non da vecchione com’egli è, ma da giovine di trent’anni”. “Allegro e bel dicitore” 7Baretti G., La scelta delle lettere famigliari. A cura di L. Piccioni. Bari, Laterza, 1912, pp. 190-194. , è il protagonista di una vecchiaia ‘vanitosa’: gli osservatori esterni parlano di questo prodigio di longevità e brillantezza come di un “…prodigioso nonagenario e tale che si potrebbero offerire alla morte molte centinaia d’uomini in vittima, perché essa prorogasse per una decina d’anni la vita di quest’uomo, che anche vivente venne preconizzato immortale” 8Corradi A., Cl. Sibiliato, p. 348-49. Cfr. Carteggio con Giovanni Bianchi, p. 16. . Egli stesso osserva con piacere il buono stato del suo corpo, che si conserva sano malgrado le lunghe ore trascorse a dissezionar cadaveri in luoghi certo non salubri; nel 1765, in una lettera a Cotugno ed all’età di ottantacinque anni, l’anatomista racconta, con sollievo, di non sentirsi troppo invecchiato. Di persona, parlando allo stesso Cotugno in visita a Padova di un suo ritratto ad olio, che lo ritrae alla giovane età di trentacinque anni, ribadisce che “mihi probat aetatem non admodum me immutasse: quod ideo intimus mei sensus me edocet, nam capite, et reliquo trunco apprime valeo, nihil stomacho laboro, artubus etiam superioribus expeditus sum, soli artus inferi me de senis monent; nam in scalis conscendentis mihi non ut docet oboediunt, quod aliquot ex mensibus experior; si tamen ascensus, non quidem deambulatio mihi est difficilis”. Parlando di un suo busto, si compiace del fatto che gli abitanti di Forlì potessero pensare ad esso come solo da poco scolpito…; si compiace della sua vita tanto lunga, “specie” se paragonata a quella degli altri anatomici che non sono una ‘specie’ destinata a vivere troppo a lungo.

Le Epistole Emiliane, (definite una “imperfetta fatica” dall’autore, teso ancora al raggiungimento di una perfezione scientifica anche in campi che non sono quelli di sua strettissima pertinenza, come l’antiquaria 9Lettera al Pantoli del 24 giugno 1763. ) dedicate al Vessillifero e ai Conservatori di Forlì, sono pubblicate nel 1763; le sei epistole su Celso e Samonico sono aggiunte a quelle già scritte nel 1760. Esse costituiscono, come molte altre testimonianze tarde del metodo di lavoro morgagnano, uno spunto di riflessione  interessante; correzioni, appunti, ripensamenti, rivisitazione di bozze e stesure successive dello stesso passo occupano gran parte del tempo dell’anziano autore, preoccupato delle eventuali manchevolezze ed imperfezioni, molto attento agli ordini da impartire allo stampatore, ai più piccoli particolari editoriali, dalla qualità della legatura a quella della carta, alle spedizioni dei fascicoli in omaggio ad amici e conoscenti. 10Le Epistole furono pubblicate una sola volta, negli Opuscola Miscellanea, nel 1763 e nel V Tomo dell’Opera Omnia. Questa attenzione costante e minuta risulta anche da una lettera manoscritta, datata 1764, conservata presso la Sezione di Storia della Medicina di Roma e indirizzata (probabilmente) al figlio dello stampatore della sua Opera omnia, in cui Morgagni, che è troppo anziano per recarsi a Bassano a curare personalmente la stampa, non è evidentemente troppo in là negli anni per occuparsi della pergamena di rilegatura, delle condizioni metereologiche che potrebbero danneggiarla, dei fogli di tipografia che, ad ottantadue anni, ha personalmente corretto ed emendato, degli errata corrige che invia agli amici con la preghiera di attaccarli in fondo alle pagine da rivedere, persino dolendosi dell’aver dovuto far lavorare qualcuno in giornata festiva 11“Nissun errore fu mai così presto e così bene emendato come questo di che me lo confesso molto obbligato, solamente dispiacendomi, che contra la mia intenzione si sia fatto lavorare in festiva giornata”. testimoniando così una vivacità ed un’attenzione ancora molto deste. 12Pazzini A., Una lettera di G.B. Morgagni per la stampa della sua “Opera Omnia”. Humana Studia 1949; 4:3-11. La dedicatoria delle Emiliane, scritta a quarantatre anni di distanza da quella del 1729, spiega in parte la ragione di tanta vitalità nell’attività anatomica costante e mai trascurata del suo estensore: “…vedo, e sono grato, che la divina beneficenza, mi ha conceduto abbastanza di forze e di vita più che abbastanza…ben so di non avere mai cessato dallo studio dell’anatomia, neppure ne’ ritagli di tempo, se non quando doveva accontarmi con eruditi amici, che talvolta mi richiedevano di qualche loro bisogna, o quando il troppo calore della state mi toglieva dal dissecare i cadaveri…” 13Epistolae Aemilianae. Nuova Edizione con introduzione a cura di Paolo Amaducci. Forlì, MCMXXXI-IX).
La prima autobiografia in latino è del 1746, quando Morgagni aveva già sessantaquattro anni. L’autobiografia del 1756, in italiano, preparata per Giuseppe Mosca come traccia utile a compilare una biografia di “persone importanti”, precede di un anno l’ultima, in latino, che rappresenta probabilmente la stesura finale. Il lavoro su quest’ultima biografia, in parte opera degli allievi di Morgagni, ha impegnato Morgagni a più riprese, tra il 1750 ed il 1758, anno del quale si parla come ancora gravido di attività per gli studi  anatomici, cui il nostro si è dedicato “fino alla grave vecchiezza”. La pratica anatomica, per Morgagni settantaseienne, è ancora una passione in grado di tenerlo sveglio la notte ed impegnargli intere giornate: “Questa per anni (la  notomia)…occupò con sommo applauso, ma con fatica, e diligenza niente minute. Benché per la naturale inclinazione che avea per la Notomia avesse cominciato ad esercitarsi in questa, si può dire sin da fanciullo, tuttavia mai, né meno nella grave vecchiaia intermise d’occuparvisi osservando, o scrivendo, o leggendo”. 14Ibidem, a. 1757, par. 48, c. 60r-61v.  E tanta passione si traduceva anche in un impegno didattico rinnovato, se il vecchio maestro, dopo le fatiche diurne, fino all’età di novant’anni, faceva “ripetizione agli studenti passeggiando la sera”. 15Pascarella F., Il metodo didattico di Giovan Battista Morgagni. Morgagni 1971: 159 sgg.

”Vecchiaia e pratica clinica: i consulti e le perizie”

Morgagni continua fino a tarda età un’attività clinica intensa, le cui tracce traspaiono, oltre che dalla corrispondenza ordinaria, dalla stesura di consulti e di perizie medico-legali.
Richieste di pareri continuano a pervenire dal 1750 fino al momento della morte da corrispondenti medici di alto livello e da tutto il territorio italiano: 16Rocchi G., Carteggio tra Giovan Battista Morgagni e Francesco Maria Zanotti. Bologna, Zanichelli, 1875. Benassi E., (a cura di), Consulti medici. Bologna, Cappelli, 1935. da Ravenna, Venezia, Gallipoli, Perugia, e da molte altre città arrivano a Morgagni richieste di interpretazioni di quadri clinici e di quadri autoptici.
Le stesse perizie medico legali, affidate al vecchio Morgagni dalla Repubblica della Serenissima soprattutto relativamente a problemi di igiene pubblica ed ambientale, ottengono risposte pronte e molto documentate, stese nella gran parte dei casi per mano autografa dello stesso Morgagni. Poche le correzioni ed i ripensamenti, solo qualche aggiunta a margine di tipo bibliografico, un atteggiamento che globalmente segnala la straordinaria lucidità intellettuale del forlivese. Poche le correzioni ed i ripensamenti, solo qualche aggiunta a margine di tipo bibliografico, un atteggiamento che globalmente segnala la straordinaria lucidità intellettuale del forlivese.

”Vecchiaia e accademia: le lettere, la difesa degli

Attivo sino in tarda età per le persone per le quali nutriva stima scientifica, anche se non direttamente suoi allievi; una pluralità di persone gli si rivolge come a un nume tutelare, in grado di dire una parola autoritativa o di certificare una serietà scientifica, in modo da ottenere un qualche risultato presso istituzioni, accademie o docenti di altissimo livello, non solo in Italia ma in tutta Europa: esemplare in tal senso è la richiesta accorata che gli rivolge Spallanzani nel marzo 1766, in nome di una dichiarata “qualche vantaggiosa prevenzione per lui”, che potrebbe risultare utile per accedere alla Royal Academy di Londra. Morgagni risponde affabilmente e personalmente,  17Bibl. Munic. Reggio Emilia, Ms. Reggiani B220.4, pubbl. da Cagnoli L., Lettere di vari illustri italiani del secolo XVIII e XIX. VI, Reggio, 1842. garantendo il suo immediato interessamento e ricordando a Spallanzani di averlo lodato, di recente, pubblicamente “in vero per experimenta solerter indagando”, per le sue due dissertazioni; il favore e l’entusiasmo del vecchio Morgagni per le tesi preformiste di Spallanzani, testimoniato anche dalla corrispondenza con Plancus, garantirono a quest’ultimo l’accesso desiderato alla Royal Academy nel 1768.
I suoi incontri con studiosi sono ancora frequentissimi; di alcuni abbiamo resoconti dettagliati, che ci testimoniano la grande attività intellettuale e la non mutata curiosità scientifica del Morgagni vecchio; nel 1765 incontra Cotugno che, nel suo Iter Italicum, si spinge fino a Padova proprio per incontrarlo 18Messedaglia L., L’” Iter Italicum Patavinum” di D. Cotugno. Giovan Battista Morgagni e l’Università di Padova nel 1765. Venezia, Carlo Ferrari, 1914. e con lui dibatte di politica accademica e di liquido cefalo-rachidiano,descritto da Cotugno nel De ischiade nervosa; negli ultimi due anni del suo soggiorno padovano, Antonio Scarpa si reca con regolarità in visita dal vecchissimo Morgagni, con il quale dialoga e scambia pareri accademici e scientifici. 19Ongaro G., Giovan Battista Morgagni e la questione dell’irritabilità, p. 43. La sua corrispondenza prosegue vivacemente fino agli ultimissimi giorni della sua vita, non solo con colleghi, come il Bianchi, ma anche con studiosi ed intellettuali dediti ad altre discipline, e con grande affabilità con lo stesso pontefice Clemente XIII, già vescovo di Padova, cui dedica la sua Opera Omnia, ottenendone in cambio un breve di ringraziamento; corrisponde con viaggiatori, come Michele Sagramoso, a più riprese ancora alla metà degli anni Sessanta, pregandolo di utilizzare come scusa per un impegno che non desidera prendere non tanto la sua avanzatissima età, quanto le incombenze che occupano l’intera sua giornata; 20“Una assai probabile scusa (giacché la vera non debbo metterla in carta) potrà V.S. Ill.ma fargliene, deducendola dalla mia età d’anni ormai ottantaquattro, e dal sopracarico di cento continue indispensabili occupazioni”. Lettera di G.B. Morgagni a M. E Sagramoso del 6 agosto 1765. Cfr. Michele Enrico Sagramoso e Giovan Battista Morgagni. Atti Accad. Agric. Scienze e lettere Verona 1915; IV: XVII e, tra gli altri, con Giuseppe Torelli, discettando di argomenti celsiani, con Scipione Maffei, con Leonardo Targa, con Ludovico Salvi.
Affronta tematiche politiche, con il tono diplomatico e condiscendente di chi sa che non è opportuno abbracciare in modo deciso cause non chiare; 21Si veda una lettera in cui si discute di una dissertazione, opera di un non meglio individuato ‘Africano’, che tratta la delicata questione dei diritti di successione ecclesiastica al Reame di Sicilia. segue con costanza i giovani che gli sono stati affidati, come testimonia il caso di un laureando, affidato alle sue cure proprio dal Sagramoso, di cui Morgagni segue la seduta di laurea il 5 aprile 1766, ad ottantasei anni, riferendo al protettore, con orgoglio, di non aver dovuto troppo brigare con i colleghi di facoltà per promuovere con soddisfazione il giovane. Questo non era, per Morgagni, un caso isolato, come documentano gli archivi dell’Università di Padova, che lo registrano sempre a lezione e presente alle tesi di laurea fino agli ultimi tempi della sua vita.
La sua corrispondenza conserva memoria dell’interessamento del vecchio Morgagni anche per questioni semplici e pratiche, che riguardano però la sua città natale, nella quale torna per lunghi periodi di ferie estive, “viaggiando molto lentamente”; come la situazione della condotta medica di Forlì nel 1768, per la quale avanza e promuove il nome di un aspirante medico primario; ma anche dello spirito arguto con cui si difende dalla malevolenza dei colleghi notomisti (“ …della quale età pur troppo V.S. Ill.ma e Rev.ma ne vede i segni, perché spesso, sicome ora, m’impedisce lo scrivere, onde non avranno i notomisti da augurarsi qualche Bruto, o Cassio, ben conoscendo che la natural morte non mancherà di fare presto l’officio” 22Lettera a Bianchi, p. 262. ); o della prodigiosa memoria che, a quasi novant’anni, gli consente di rintracciare e citare tre passi di Ippocrate, Celso ed Asclepiade e trasmetterli a Bianchi che gliene ha fatto richiesta, scusandosi se “l’impegno delle pubbliche lezioni anatomiche”, in cui si trova “già inoltrato”, non gli consente di fare meglio.
Morgagni affida malvolentieri anche la sola penna ad altri; quando lo fa, o molto tardi nella vita (a partire dal 1769) o nelle circostanze in cui un malanno (“una flussione d’occhi” 23Cfr. la lettera all’allievo Leonardo Targa, del il 22 settembre 1768, scritta dunque quando Morgagni aveva ottantasei anni. In Messedaglia L., Lettere e consulti inediti di Giovan Battista Morgagni. Venezia, 1912. Cfr. anche Vianello E., Notizie e lettere di Giovan Battista Morgagni. Rivista veneta di Scienze Mediche 1900; XVII;X. Morgagni non rinuncia a scrivere personalmente, anche in condizioni difficili, quando gli argomenti delle missive sono importanti o riservati. non è sufficiente a scoraggiarlo) non gli consente di mantenere chiara quella scrittura ferma, piccola ed ordinata che gli studiosi dei suoi autografi riconoscono immediatamente, se ne duole molto e ne chiede scusa come di una grave mancanza.
Nel 1761, anno di pubblicazione del suo De sedibus, Morgagni ha ancora grandi energie per intraprendere una polemica violenta nei confronti di Caldani, sostenitore delle teorie di Haller, che “essendo (lui) già vecchio”, dovrebbe succedergli sulla prestigiosa cattedra di Anatomia dell’Università di Padova.
Il nome di Caldani è assolutamente inaccettabile per il vecchissimo Morgagni che non esita a lanciarsi, malgrado l’età assai avanzata, in una disputa accademica dai toni piuttosto vivaci. La sua proposta alternativa è il nome di Michele Girardi, l’allievo a cui, poco tempo prima della morte, affida i suoi manoscritti non pubblicati, con ansia e preoccupazione per la loro sorte (“quasi tradens se totum”, dice lo stesso Girardi 24“…sua manu, verbis pro suo amore dulcissimis…ineditum scriptorum suorum thesaurum” dice Girardi. ). La polemica rimane sottotraccia fino al 1765, anno in cui Morgagni, “ergo aetatis memor”, ottiene (163 voti a favore e 9 contrari) la ricondotta del suo incarico per ulteriori sei anni, con un aumento di stipendio e la concessione particolare, “per l’età più che ottuagenaria”, di avere al suo fianco un assistente, nella persona del suo allievo Giambattista dal Covolo. 25“…ricondotto alla cattedra di Anotomia per anni 4 di fermo e due di rispetto…per l’impegno suo palesato in erudir la scolaresca, et in aggiunger credito, e lustro allo studio med.mo” . Ma l’allievo, a dispetto di ogni previsione, muore prima del suo maestro, nel 1768, aprendo la strada ad uno scontro di nuovo violento tra i Riformatori di Padova, che tornano a sollevare la questione della successione in favore di Caldani, e Morgagni ottantatreenne, che non sostiene e non insegna le teorie sull’irritabilità halleriane e che – malignità di accademici? – forse gradisce come suo successore una personalità di profilo più modesto, in modo da rimanere non contrastato dominatore della scena anatomica, nella quale ancora, malgrado il trascorrere del tempo, meritava il nome di “Sua Maestà Anatomica”. 26Giovanni Simone Bianchi a Cotugno, parlando con malignità di Morgagni, lo accusa anche di essere particolarmente “ad avaritiam proclivem”. Il titolare della cattedra di anatomia ancora nel 1771, pochi mesi prima di morire, intesseva relazioni attente a cercare di escludere Caldani dalla sua successione, favorendo il Girardi. In realtà, le difficoltà tra Haller e Morgagni datano qualche anno avanti; la corrispondenza tra i due è documentata già dal 1751, ed in essa Morgagni sfodera doti di grande diplomazia, non prendendo mai posizione diretta contro le teorie del corrispondente, che pure aveva l’idea sotterranea che Morgagni fosse animatore di una serie di attacchi contro di lui.
Nel 1764, durante una pubblica dissezione, Morgagni tuttavia, alla luce anche delle polemiche per la sua successione, prende posizione aperta contro Haller, con una durezza ed una vivacità che contraddistinguono anche le successive discussioni. “Loquor de hominibus, non de brutis”, dice Morgagni nel marzo del 1765, eccependo che la teoria dell’irritabilità possa calzare allo stesso modo per uomini ed animali; e di nuovo attaccando pubblicamente il nemico nella primavera dell’anno successivo (“…et tibi et mihi ex publica sede maledicebat”, scrive Caldani ad Haller in una lettera del maggio 1766). 27Analogamente l’anno successivo “Morgagni a donné un ton de ridicule a votre nome” (Caldani ad Haller, il 30 gennaio 1767) e l’anno dopo ancora. Cfr. G. Ongaro, Giovan Battista Morgagni e la questione dell’irritabilità…………,pp. 36-37. Lo stesso Caldani si lamenta del fatto di non avere libero accesso alla verifica anatomica, perché in Padova “…enorme crimen est cadavera dissecare…solus Morgagnus id potest!”.

Copyright © 2013 SEU ROMA - SEU ROMA - P.IVA: 00906961008 |   Top