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L’utilizzo del counselling per favorire l’invecchiamento attivo

AUTORI

G. Terziani

gabri_ter@hotmail.com

M.A.Pappadà, V. Marigliano, M. Cacciafesta

SEDE

Psicologo - Psicoterapeuta, Via Lugnano in Teverina 18, Roma

PAROLE CHIAVE

Invecchiamento attivo
Counselling,
Psicogeriatria

RIASSUNTO

Gli autori, calando la fase di invecchiamento all’interno di una dinamica evolutiva, identificano inizialmente gli elementi di discontinuità propri di questa fase, in particolare una fisiologica deflessione di alcune performance fisiche, un certo declino cognitivo, un aumento della difficoltà di gestione dell’ansia, la comparsa di sentimenti depressivi, ed il deterioramento delle capacità di legame sociale. Identificata questa condizione dell’anziano, gli autori trattano successivamente delle sue conseguenze psicologiche ed identitarie, ed infine propongono l’utilizzo della metodica del counselling, al fine di favorire un invecchiamento attivo, ed aiutare la persona anziana ad elaborare l’impatto psicologico di questi cambiamenti di natura bio-psico-sociale.

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Nell’ottica della psicologia dello sviluppo, è possibile considerare l’invecchiamento come una fase della vita basata su elementi di continuità, ed elementi di discontinuità rispetto alle fasi precedenti  dell’esistenza dell’individuo. Quest’impostazione permette di considerare quanto nella persona è  presente prima di questa fase, e rappresenti quindi un certo grado di continuità, pur subendo delle modificazioni in base allo scorrere del tempo, ad esempio, attitudini, struttura di personalità,  dimensione relazionale; e quanto invece si pone come fasespecifico, e quindi proprio della condizione di invecchiamento, ed in certa misura rappresenti per l’individuo un aspetto nuovo e mai vissuto, ovvero tutto quanto concerne le modificazione corporee e mentali proprie dell’età.
La tematica del corpo, al pari dell’adolescenza, assume in vecchiaia un’importanza enorme. L’invecchiamento del corpo che conduce ad una limitazione e ad un peggioramento delle capacità sia fisiche che mentali, pone la persona di fronte alla realtà della perdita e del lutto delle proprie precedenti capacità personali, convocandolo al compito evolutivo di attuare un processo di ristrutturazione della  propria immagine di sé, attraverso un lavorio mentale finalizzato alla ricerca di un nuovo equilibrio narcisistico (1).

La possibilità di rispondere positivamente a questo compito evolutivo si basa sugli elementi di continuità dati da una struttura di personalità sana, dall’intelligenza, da un equilibrio affettivo e relazionale e da una buona rete sociale. Tali caratteristiche permettono alla persona di affrontare l’invecchiamento in maniera attiva e nel miglior modo possibile, senza viverlo con un senso di traumatica discontinuità  rispetto al proprio ciclo di vita, discontinuità che può esitare in varie patologie. Se entriamo nello  specifico delle aree di cambiamento fisiologiche con le quali la persona anziana deve confrontarsi, possiamo indicare (2):

  • Il declino fisiologico di alcune funzioni corporee inerenti le performance fisiche.
  • Il declino cognitivo fisiologico. Deterioramento che coinvolge le capacità mentali della persona anziana, ed in particolare un deterioramento della memoria a breve termine ed una certa  “cristallizzazione” dell’intelligenza e della capacità di apprendere velocemente e con fluidità nuove informazioni.
  • La capacità di gestione dell’ansia, sia essa relativa a situazione contingenti, o rappresenti invece un tratto della personalità (di stato o di tratto). La persona anziana presenta una maggiore difficoltà nel gestire l’ansia, anche a causa del suo aumento, soprattutto per quanto riguarda un’ansia di tipo depressivo, elemento che porta al punto successivo.
  • La comparsa di sentimenti depressivi, riguardanti la possibile perdita di alcune funzioni soggettive di natura fisica e mentale, e di possibili perdite di relazioni sociali e persone care (decessi di amici o parenti). Una costellazione di affetti di natura depressiva è sempre presente anche se non si  organizza in una vera e propria patologia depressiva, e può riguardare sia tratti di tristezza ed  autosvalutazione, associati ad isolamento relazionale, sia angosce di natura ipocondriaca, sia  episodi di agitazione ed irritabilità.
  • Il deterioramento delle capacità di legame sociale inerente una tendenza al disinvestimento  relazionale, ma anche causato da possibili condizioni di dipendenza o di non autosufficienza.

Riteniamo fondamentale considerare come queste aree di cambiamento si pongano su un continuum di normalità e patologia, non sempre facilmente identificabile. Se esaminiamo il declino cognitivo, risulta infatti molto difficoltoso definire i confini fra quanto è attribuibile al fattore età, e quindi considerabile normale, e quanto invece si può attribuire a malattia, e questo vale per tutti i campi sopra evidenziati.

In questo senso riveste fondamentale importanza la ricerca di strumenti diagnostici sempre più raffinati, in qualche modo tarati per questa fase evolutiva, e capaci di individuare con sempre maggiore efficacia ed efficienza l’insorgere precoce di uno stato patologico, sia esso di natura cognitiva (demenze), od  affettiva (depressione). Se consideriamo poi le componenti di natura psicologica, affettive e relazionali,  di patologie come demenze o depressione, si ritiene fondamentale poter attivare un intervento  tempestivo, ed in qualche modo preventivo, alle prime avvisaglie di difficoltà nelle quali l’anziano si può trovare, eventualmente individuando con più precisione i fattori di rischio, nella vita della persona  anziana, che possono in qualche maniera aggravare una condizione di invecchiamento fisiologico, e condurlo verso derive patologiche.

Evidenziando i fattori di rischio di natura relazionale, ad esempio, è osservazione comune notare come spesso in certe coppie di anziani, la scomparsa, magari improvvisa, di un coniuge, è seguita da un veloce deterioramento delle condizioni psicofisiche dell’altro. In questo caso è come se la perdita di una moglie  o un marito, coagulasse e facesse precipitare tutti gli elementi di natura depressiva già insiti nella  condizione di vecchiaia, conducendo il coniuge rimasto ad un disinvestimento dei legami con la propria vita, e quindi ad un accelerato decadimento psicofisico che lo porta alla morte.

La possibile messa a punto di strumenti che permettano di individuare e valutare i fattori di rischio di tipo sia soggettivo che relazionale, la creazione ed affinamento di strumenti che possano portare ad una  diagnosi precoce e tempestiva di tutti gli elementi che si trovano sul versante patologico del continuum  invecchiamento fisiologico-patologico, e la creazione di strumenti di intervento, permetteranno quindi  di promuovere in maniera sempre più efficace un processo di “invecchiamento attivo”.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce l’invecchiamento attivo come “un processo di  ottimizzazione delle opportunità relative alla salute, partecipazione e sicurezza, allo scopo di migliorare  la qualità della vita delle persone anziane”. Secondo tale definizione si considera quindi  l’invecchiamento come una fase evolutiva nella quale sono insite possibilità di soddisfazione ed  affermazione personale, e non come un mero farsi da parte rispetto alla società ed alla vita attiva.

Fra i vari interventi destinati all’anziano che possono favorire un invecchiamento attivo, da un punto di vista del benessere psicologico, consideriamo molto utile l’utilizzo del counselling, sia in senso  diagnostico-preventivo, sia di intervento su una condizione patologica. Il counselling è definito  dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come “un processo che, attraverso il dialogo e l’interazione, aiuta le persone a risolvere e gestire problemi e a prendere decisioni; esso coinvolge un “cliente” e un “counsellor”: il primo è un soggetto che sente il bisogno di essere aiutato, il secondo è una persona esperta, imparziale, non legata al cliente, addestrata all’ascolto, al supporto e alla guida.” Tale definizione, tuttavia, si focalizza quasi esclusivamente sul problem solving e sull’aiutare il paziente a prendere decisioni inerenti situazioni e conflitti esterni, tralasciando dinamiche interne.

Ai fini del presente discorso invece, appaiono più adatte le seguenti definizioni, una data dalla AlCo (Federazione Nazionale delle Associazioni di counselling), ed una dell’AssoCounselling. Secondo l’AlCo il counselling è: “un processo di apprendimento, attraverso un’interazione tra Counsellor e cliente, o clienti (individui, famiglie, gruppi o istituzioni), che affronta in modo olistico problemi sociali, culturali e/o emozionali. Il Counselling può cercare la soluzione di specifici problemi, aiutare a prendere  decisioni, a gestire crisi, migliorare relazioni, sviluppare risorse, promuovere e sviluppare la  consapevolezza personale, lavorare con emozioni e pensieri, percezioni e conflitti interni e/o esterni. L’obiettivo nel complesso è di fornire ai clienti opportunità di lavoro su se stessi, nell’ottica di raggiungere maggiori risorse e ottenere una maggiore soddisfazione come individui e come membri della società.” Analogamente l’AssoCounseling definisce l’attività di counseling come “[…] un intervento informativo, esplicativo e di supporto finalizzato non tanto a trovare soluzioni, ma a far sì che il cliente mobiliti le proprie risorse per convivere meno dolorosamente con la propria situazione di vita reale nel quotidiano”.

Queste ultime definizioni non si focalizzano solo sugli aspetti problematici esterni, di adattamento, e di  problem solving rispetto a problematiche e conflitti esteriori, ma anche sui conflitti interni della  persona, sulle sue emozioni, sulla possibilità di gestire le proprie crisi evolutive. In quest’ottica il  counselling viene considerato come un processo che aiuta la persona ad utilizzare al meglio le proprie  risorse e a convivere con i propri conflitti esterni ed interni. È una metodica che sostiene nella  risoluzione dei problemi pratici e delle situazioni di vita concrete ma anche, e soprattutto, è finalizzata al supporto psicologico rispetto a conflitti interni, all’ansia, e ad eventuali dinamiche depressive. Preferiamo parlare di counselling e non di psicoterapia, per non dare una connotazione prettamente  psicopatologica e di cura a quanto si sta trattando, ma per identificare un intervento che si può usare con tutti e di più breve durata. Tuttavia consideriamo il counselling più come una sorta di “psicoterapia supportiva” finalizzato al sostegno e che utilizzi le tecniche proprie di questo tipo di psicoterapia, quali le conferme, (interventi e commenti a sostegno del paziente), i consigli, un atteggiamento empatico,  l’incoraggiamento ad elaborare quanto proposto, le chiarificazioni e confronti su temi, emozioni, pensieri che il paziente evita e non vuole accettare, che fornisca quindi al paziente una sorta di Io ausiliario (3-4).

Utilizzare questa tipologia di counselling con l’anziano, proponendo un numero limitato di incontri, ci sembra potenzialmente molto utile sia in senso diagnostico e preventivo, sia come supporto su situazioni patologiche già in atto e conclamate. Infatti, attraverso il counselling, è possibile sostenere l’anziano, ed aiutarlo ad elaborare gli elementi costitutivi di questa fase evolutiva di cui abbiamo parlato  precedentemente. In particolare, in senso preventivo, gli incontri di counselling possono porsi come un  utile spunto di riflessione rispetto ai cambiamenti in atto, ovvero il fisiologico declino cognitivo, motorio, e relazionale, di un’immagine di sé più funzionale, capace ed efficace, in linea con i dettami di un  invecchiamento attivo. In un’ottica più di intervento, il counselling si può rivelare prezioso, sia per  aiutare a diagnosticare possibili situazioni psicopatologiche conclamate, quali depressioni o forti  inibizioni e fobie sociali, sia per sostenere l’anziano nel maneggiare e gestire i propri sentimenti  depressivi e la propria ansia.

In conclusione, ritieniamo importante sottolineare che l’introduzione e l’utilizzo della metodologia del counselling nella prevenzione e nella cura delle persone anziane, ci fornisce la possibilità di utilizzare una lettura di tipo psicologico alle problematiche dell’anziano, dialogando al contempo con altre teorie di riferimento, ed altri strumenti, e tecniche di intervento. In questo modo, è possibile  operare una stratificazione delle conoscenze e degli approcci più efficace ed interrelata alla molteplicità  dei bisogni e delle problematiche della persona anziana. Data la complessità della materia e le sue  diramazioni in campo medico, psicologico e sociale, si ritiene infatti fondamentale attuare un approccio bio-psico-sociale all’anziano, che si fondi su una maggiore sinergia interdisciplinare fra strumenti diagnostici ed interventi di varia origine, quali test, counselling, esami diagnostici, interventi riabilitativi, cure farmacologiche. Tale approccio globale e multidisciplinare, infatti, è ormai scientificamente imprescindibile rispetto alla necessità di fornire risposte complesse a problematiche complesse.

 

”Bibliografia”

1. Nicolini C., Zordan L. (2011). “Regressione e investimento libidico nell’età anziana”relazione  presentata la seminario di Formazione Psicodinamica “Invecchiare, evoluzione e trasformazione del Sé” di Danielle Quinodoz, 22 Ottobre 2011.
2. Marigliano V. (2003). “Argomenti di geriatria”. Casa Editrice Scientifica Internazionale, Roma.

3. Gabbard G.O. (1994). “Psichiatria psicodinamica”. Trad. it. Raffaello Cortina Editore, Milano 1995.
4. Rockland L.H. (1988). “La terapia di sostegno. Un approccio psicodinamico”. Trad. it. Astrolabio,  Roma 1994.

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