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Trattati da cittadini anche all’interno di un ospedale

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Com’è noto, il termine cittadinanza non riguarda solo il rapporto fra cittadini e stato. Si parla anzi di cittadinanze al plurale, relative ad ambiti di ampiezza variabile. Aver diritto di cittadinanza in un ambito territoriale, sociale e istituzionale, significa essere accettati, sulla base di certe norme e di certi titoli giuridici, morali e professionali e sentirsi in qualche modo, anche temporaneamente, appartenenti a quell’ ambito, con relativi diritti e doveri.
Si può dunque parlare di cittadinanza di quartiere, bresciana, lombarda, italiana, europea, mondiale, ma anche familiare, scolastica, aziendale, associativa. Recentemente, sulla base di due ricoveri al Civile, mi è capitato di riflettere sul fatto che si può allungare la lista, includendovi anche la cittadinanza ospedaliera.

Provo ad accennare al problema, sulla base dell’esperienza che ho vissuto di recente in due reparti, quello di neurologia vascolare e quello di cardiologia, negli Spedali civili di Brescia. Una prima intuizione l’ho avuta in alcuni momenti non turbati dal disagio personale e dal ritmo non sempre tranquillo del regime ospedaliero, caratterizzato da orari, visite, analisi, indagini, terapie, dialogo con i vicini di letto, conversazioni ad alta voce di infermieri e di “concittadini” inquieti, segnali elettronici necessari per controllare l’andamento delle flebo e delle macchine incaricate di monitorare i parametri vitali di ciascuno degli ospiti delle camere.

La radice di queste “cittadinanze” al plurale, a pensarci bene, sta nella cittadinanza della persona umana, dal momento che “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”, come riconosce il 1° articolo della Dichiarazione universale dei diritti umani; che aggiunge: “Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”.

Questo riconoscimento non significa che, di fatto, la “cittadinanza della persona” sia da tutti e ovunque rispettata, come la storia insegna. Il progresso civile, che conosce anche arresti e arretramenti, è dato proprio dallo sforzo di concepire, di sentire e di condividere i valori della vita, in particolare quelli della dignità della persona umana, della libertà, dell’uguaglianza, della solidarietà e della giustizia, dando loro rilievo politico e giuridico, attraverso norme che riconoscano i diritti e limitino la libertà di calpestarli, mediante forme di prevenzione e di sanzione. Ma le norme sono vane se non si riesce a viverne le ragioni e a sperimentarne in concreto la ragionevolezza. Il regime ospedaliero di per sé non affascina ma, proprio perché è organizzato in funzione della guarigione e del miglioramento della salute, può cambiare di segno al disagio, consentendo a chi lo subisce di sentirsi accolto, protetto, compreso e aiutato a gestire al meglio la sua condizione.

La cittadinanza, intesa in senso lato, non è solo una caratteristica anagrafica e giuridica, ma è anche una dimensione spirituale e culturale, psicologica e relazionale, che si sviluppa col sentimento e con la coscienza della propria identità, della propria e dell’altrui dignità, della propria appartenenza ad uno o più contesti relazionali e istituzionali e della condivisione, o almeno della comprensione delle relative finalità.  L’ospedale è uno di questi contesti.
Non è un caso che sia rimasto in vita l’aggettivo civile per definire gli “Spedali” di Brescia. E’ tutta la civitas che deve farsi carico delle sue istituzioni sanitarie, valorizzando tutta la ricchezza implicita nel suo codice genetico. In passato si sottolineava l’aspetto caritatevole dell’ospedale, poi l’aspetto medico, poi quello scientifico e tecnologico. A partire dagli anni ‘70 i cittadini sono stati riconosciuti titolari di diritti di partecipazione sociale e amministrativa, e in seguito protetti da norme relative alle carte dei servizi pubblici, ossia dei servizi “volti a garantire il godimento dei diritti della persona, costituzionalmente tutelati, alla salute, all’assistenza e previdenza sociale, all’istruzione….”. Si aggiungeva, nella direttiva Dini del 1995, che “i soggetti erogatori dei servizi sono tenuti ad adottare le iniziative necessarie per adeguare le modalità di prestazione del servizio alle esigenze degli utenti.”

E ancora: “La partecipazione del cittadino alla prestazione del servizio pubblico dev’essere sempre garantita, sia per tutelare il diritto alla corretta erogazione del servizio, sia per favorire la collaborazione nel confronto dei soggetti erogatori. L’utente ha diritto di accesso alle informazioni  in possesso del soggetto erogatore che lo riguardano”.

In altri termini per il servizio ospedaliero il malato non è solo una scocciatura, un caso più o meno sfortunato, un individuo in pigiama, mal in arnese, per definizione ignorante, “paziente” e bisognoso di terapie da accettarsi con rassegnazione fideistica, ma è una persona e un cittadino che merita attenzione e rispetto, sul piano umano e professionale.
E non è neppure solo un cliente o un utente di un servizio. L’ultimo salto nella filosofia ospedaliera consiste, secondo il recentissimo Libro bianco sullo sviluppo del sistema sociosanitario in Lombardia, nel passaggio dalla cura al prendersi cura della persona. Su questa base si supera la stessa logica ospedalocentrica: “Non è la persona che si deve spostare, ma i servizi che si devono riorientare intorno alle sue esigenze: sul territorio l’assistenza assicura continuità e ricupera efficacia”. Si va verso “un sistema di relazioni tra famiglie e team multiprofessionali che garantisce la presa in carico della persona”.
Come linea di tendenza, per una società che invecchia, è questa un’indicazione preziosa. Ma intanto non si può fare a meno di ospedali accoglienti e funzionali, ricchi di potenziale scientifico e terapeutico e guidati da medici, tecnici, infermieri, ausiliari competenti, capaci anche di dialogo e di empatia nei confronti degli ospiti temporanei. I quali, se hanno dei diritti, hanno anche dei doveri, in particolare quello di rispettare norme e persone, mostrando anche comprensione e gratitudine per chi svolge un lavoro importante e difficile al loro servizio. Ripensare ad un’esperienza ospedaliera non come ad un incubo superato, ma come ad un prezioso servizio ricevuto, fa bene a tutti. I ruoli in tal modo si rinforzano a vicenda, legittimandosi reciprocamente e diffondendo una visione più serena della vita.

Al termine del ricovero l’ospedale chiede a chi ne ha voglia di compilare una sorta di pagella per valutare il servizio ricevuto. Personalmente ho dato voti molto alti e ho notato anche qualche limite. In calce all’ampio documento di congedo, scritto con cura e chiarezza dai medici in servizio, mi si è informato che il rimborso corrisposto mediamente per il costo di una prestazione analoga alla mia è di euro 9122. Confesso che, pensando alle cure ricevute e al pacemaker installatomi con perizia, mi sento in qualche modo privilegiato e contento di pagare le tasse.

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